2+2=5, i media e le scimmie

La libertà è libertà di dire che 2+2 è uguale a 4, diceva Orwell in 1984. Non 3 e non 5, ma 4, indipendentemente da quel che dice il sistema. Ed io concordo. Perchè come ho già detto altrove ritengo che la democrazia si basi sulla corretta informazione.

Ma sul fatto che noi siamo in una vera democrazia comincio a nutrire dei forti dubbi. Perché la stampa ci mette poco a pubblicare una notizia, vera o falsa che sia, e a far credere a tutti che corrisponda a verità: 2+2=5. No, ma noi siamo in Italia, qui non succede! No? Be’, date un’occhiata al Press Fredom Index(http://rsf.org/index2014/en-index2014.php), che cataloga a livello mondiale la libertà di stampa: siamo 49esimi, tra il Niger e Taiwan. Eh già.

E allora succede che il laboratorio sui Macachi di Modena diventi una camera di tortura. Che Tuebingen sia il posto peggiore della Terra per le scimmie. Che Roberto Caminiti diventi un mostro che fa chissà che esperimenti “ehhh… a livello cerebrale….” sulle scimmie sfuggendo ai giornalisti. E tutti ci credono. 2+2=5. Perché l’informazione venga manipolata basta che una certa lobby (in questo caso quella animalista) abbia dei giornalisti compiacenti che condividano i suoi ideali sulla tv nazionale e tutti, tutti, diranno che 2+2=5.

Eppure per me fa 4. Perché io e gli altri di Pro-Test abbiamo verificato che cosa succede in quei posti e no, non sono camere di tortura. Perché il Max-Plank di Tuebingen lo conosco e vi si applicano i migliori standard europei. Perché le scimmie di Modena stanno benissimo. Perché Caminiti è uno che ha così poco da nascondere che nel suo laboratorio ha fatto entrare perfino Al Jazeera per un documentario… e non solo loro, ma non voglio fare spoiler. Perché Caminiti io lo conosco e so che è uno a cui brillano gli occhi quando parla del suo laboratorio, perché applica standard qualitativi che sono rari al mondo e le operazioni che fa sulle scimmie non hanno nulla, ma proprio nulla da invidiare a quelle che si effettuano sugli esseri umani. Perché Caminiti ha messo tutti i suoi progetti di ricerca sul webbe (http://w3.uniroma1.it/neurophys/research/anatomy.htm) e chiunque può scoprire cosa fanno in quei laboratori con un clic, senza bisogno di inventare casi mediatici ad hoc. Perché Roberto Caminiti è stato a capo del CARE del FENS per diversi anni. Cosa vuol dire? Il FENS è la Federazione Europea NeuroScienze. Il CARE è Comitato del FENS sugli Animali nella Ricerca. Quindi un ente che si occupa della correttezza dell’uso degli animali, del loro trattamento in modo umano, un comitato in cui ci sono anche i principali promotori della Dichiarazione di Basilea (che pone le 3R come guida della ricerca).

Quindi alla fin della fiera attaccarlo è ridicolo.

E a me tutto questo spaventa. Perché questo continuo 2+2=5 ovunque mi sta togliendo la democrazia dalle mani, la vedo scivolare via come sabbia tra le dita. La libertà di stampa e la corretta informazione sono importanti, ma è arrivato il momento di ribellarci e non trangugiare a imbuto tutto quello che ci propinano i media, ma di verificare come sono veramente i fatti. Di alzarci in piedi e, con orgoglio, sbatterglielo in faccia. Io lo so. Io lo so che 2+2=4.

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Mangio gli animali, non gli animalisti

Grazie ad un’amica comune ieri ho incontrato una signora che è un’antivivisezionista convinta e dopo una conferenza abbiamo passato un bellissimo pomeriggio parlando e bevendo birra. Una persona piacevole e molto intelligente, con vedute alla fine neanche troppo lontane dalle mie: diciamo che siamo due moderate sui due opposti lati di un fiume. E’ stato particolare però che questa nostra amica comune abbia dovuto spiegare che io non solo sono una moderata, ma che ho anche piacere a incontrare persone che la pensano diversamente e che con me un dialogo vero è possibile.

Eh già. A me suona sempre strano, ma a quanto pare molti mi associano con una certa frangia un po’ troppo radicale di “razionalisti” (attenzione, non di razionali, proprio di razionalisti… e la differenza è la stessa che intercorre tra laici e laicisti, atei ed ateisti e così via) che ha proprio una posizione ideologica e non è disposta a cambiare idea su quel che pensa neanche di fronte ai fatti, a volte arrivando perfino ad insultare la controparte. Ecco, questa frangia si fa perfettamente compagnia con quella compagine animalista che noi spesso amiamo definire composta di “animalari” o “nazimalisti”, cioè quegli animalisti particolarmente estremisti che hanno una posizione ideologica e non sono disposti a cambiare idea su quel che pensano neanche di fronte ai fatti. Si fanno compagnia, diciamo, si tengono occupati a vicenda. Ma è strano che certi atteggiamenti vengano associati a me, perché a me non piacciono né gli uni né gli altri.

Anzi.

Io sono proprio una moderata. Ogni tanto con Giuliano Grignaschi ci facciamo vicendevolmente la battutina che siamo due animalari mancati. Perché è vero: noi amiamo gli animali. Io amo gli animali e sono una sensibilona: la sofferenza, che sia umana o animale, mi colpisce, quindi io posso capire gli antivivisezionisti. E quindi sono disposta al dialogo. Non mi piacciono gli estremismi, mi piace invece ragionare ogni volta sui nuovi fatti che vengono portati alla mia attenzione. E questo per tanti motivi, il primo dei quali è una personalissima voglia di crescere umanamente, cosa che a mio avviso avviene solo mettendosi continuamente in discussione… E poi perché, banalmente, a volte si sbaglia e solo gli idioti si rifiutano di vedere quando sbagliano. Quindi no, non amo mangiare vivi gli antivivisezionisti o rispondere loro male appena li conosco. Se posso anzi avere il piacere di incontrare una bella persona mi fa piacere farlo a prescindere dalle idee che questa ha sulla sperimentazione animale… e poi magari ne parleremo, magari arriveremo ad un punto di vista comune o magari no. Ma le persone non sono mai solo una loro opinione, le persone sono sistemi complessi che meritano ben più attenzione di quella che si può prestare a un solo aspetto della loro personalità.

Mi è parso di capire che l’idea che è passata sia che io (ma in generale tutti i più attivi in questa causa) non sia disposta al dialogo e che non posso (o non possiamo) ammettere che qualcuno la pensi diversamente da noi e sia contro la sperimentazione animale. Falso. Io (e penso di non sbagliare se lo dico anche per gli altri) sono dispostissima ad accettare le idee altrui: se uno è contro la sperimentazione, benissimo, abbiamo idee diverse ma lo rispetto. Quello che non sopporto (e quello, sì, mi fa imbestialire) sono le cazzate. Io sono un’amante della verità e come dico sempre esistono le cose opinabili… e poi esistono i fatti. Le cose opinabili sono le questioni etiche, i gusti personali e le domande senza risposta o in generale quelle cose che possono cambiare a seconda dell’opinione che se ne ha. I fatti invece no, i fatti non cambiano a seconda di quel che ne pensiamo. Ad esempio, la Terra gira intorno al Sole. E girava intorno al Sole anche quando tutti avevano un’altra opinione. E se io ora decidessi che per me il Sole deve girare intorno alla Terra lui non comincerebbe a farlo. I fatti sono così e non sono contestabili se non dimostrando (dimostrando!) che non sono fatti. Quindi io debunko le cazzate e premo per una buona informazione sulla sperimentazione animale, e questo soprattutto perché credo che un cittadino debba essere correttamente informato per prendere delle decisioni consapevoli (se volete approfondire l’argomento, lo avevo trattato qui: https://psychedelicwhiterabbit.wordpress.com/2014/03/22/la-democrazia-ai-tempi-della-disinformazione/). Non mi piace che la gente si schieri contro la sperimentazione animale, i vaccini, gli OGM etc etc per pura disinformazione. Questo non mi piace. E non mi piace neppure trovarmi a dibattere seriamente e poi trovarmi come argomentazione avversa una cazzata che ho debunkato mille volte. No, questo non va bene. Quando si dibatte bisogna dirsi cose vere, non stupidaggini. Infatti, quello che io contesto è l’antivivisezionismo “scientifico”, perché spesso di scientifico ha proprio poco ed i loro “scienziati” non riescono a mettersi effettivamente a dialogare con gli scienziati veri per migliorare la situazione semplicemente perché dicono un sacco di cazzate sapendo che sono cazzate solo perché così possono crearsi una nicchia lavorativa. Ma il mio problema non sono gli antivivisezionisti, sono le cazzate scientifiche. Perché? Oh, questa è di stomaco: perché amo la scienza e chi la infama ad cazzum mi disgusta, che ve devo di’? Poi personalmente se succede che una persona essendo correttamente informata sulla sperimentazione animale rimane contraria… Oh, va benissimo! Perché aldilà della scienza rimane un problema etico insanabile, cioè il fatto che tu a tutti gli effetti causi dolore ad altri esseri viventi per un ritorno per la tua specie. E questo è un problema etico, c’è poco da dire. Qui si va a finire non più tra i fatti ma tra le cose su cui è lecito avere un’opinione ed ognuno è libero di rispondere alla domanda etica secondo coscienza. Per me, personalmente, a malincuore ma la sperimentazione animale è da accettare fino a che non sarà sostituibile. Per me a malincuore, per altri no, per altri è inaccettabile. Benissimo. Tutte opinioni lecite. E vi dirò di più: se un antivivisezionista è ben informato (ben informato!) e coerente (cioè vegano e che non usi i frutti della ricerca) io lo stimo. Se è un moderato (in stile: “Non mi piace ma accetto che a mali estremi estremi rimedi, ma se possiamo limitiamoci”) accetto anche che sia vegetariano e che usi i farmaci, figuriamoci, lo rispetto. Però parliamo chiaro, niente stupidate. Onestà, vi prego, sulla scienza. Poi sull’etica possiamo scannarci pomeriggi interi e magari poi finire a magiarci una pasta vegana con una birra vegana in mano (che credete, mica mangio solo fiorentine!).

Affogare cercando una diagnosi – come a me è cambiata la vita grazie alla ricerca

Io sono asmatica. Chi mi conosce da poco lo sa, chi mi conosce da molto sa anche che è stato un sollievo scoprirlo. Non lo ho scoperto da molto, avevo circa 21 anni, e la diagnosi è arrivata dopo una vita di patemi. Perché l’asma oggi non è una malattia molto grave, ma può sinceramente crearti un sacco di problemi.

Quando ero una bambina ero piuttosto malaticcia, ogni virus che passava era mio, un po’ di più che per gli altri bambini. L’asilo nido non sono riuscita a farlo perché ero sempre ammalata, dall’asilo vero ho fatto un sacco di assenze. Però, insomma, i bambini hanno di per sé una salute cagionevole, non si nota troppo. La differenza ha cominciato a vedersi nell’adolescenza, quando ho continuato a farmi le mie 8-9 bronchiti l’anno mentre i miei compagni si facevano al massimo qualche giorno di naso colante con un po’ di febbriciattola. Ma le mie bronchiti non erano come le loro: quando io tossivo mi sentivano nella classe a fianco. Raschiava, faceva male il petto. Un male tremendo. Speravo sempre che crescendo la cosa sarebbe migliorata, ma non migliorava. Il medico non sapeva spiegarsi perché fossi sempre ammalata, ma quando entravo sapeva già che cosa doveva scrivere: areosol, Clenil, Fluibron, acqua di Sirminione, antibiotico. Funzionava? Nì. A tutti le bronchiti duravano una settimana, 10 giorni al massimo… a me anche un mese e mezzo. Ogni anno a Giugno finalmente mi passava tutto e per qualche mese potevo respirare… Ma a Settembre cominciavo a preoccuparmi. Sapevo che la prima bronchite sarebbe stata l’inizio un’interminabile sequela di areosol, stare a casa da scuola, compiti da recuperare, occasioni sociali perse, notti insonni, dolori al petto. E poi è arrivata la bronchite dei 16 anni. Oh, quella è stata terribile. Praticamente ho fatto tutta la quinta ginnasio con la bronchite, che alla fine dell’inverno ha continuato sommandosi alla mia allergia alle graminacee e facendo letteralmente uno sfacelo dei miei poveri polmoni. Malgrado gli antibiotici e il cortisone siamo riusciti solo a diminuirla, ma mi è passata solo a fine Giugno. Da lì respirare non è più stato lo stesso. Già prima non respiravo granché bene, ma da quell’anno ho cominciato a sentirmi affogare. Quando stavo bene respiravo abbastanza, quando avevo la bronchite era un’impresa. Quando piangevo soffocavo. E non passava: 17, 18, 19 anni… era sempre così, non migliorava. Mi ci sono abituata, per me respirare era diventato quello. Arrivavo alla sera stanchissima perché respirare così è faticoso. Il test di Cooper a ginnastica mi uccideva, ho dovuto perfino lasciare il coro in cui cantavo. Per uno scherzo del destino avevo fatto l’esame dello spirometro ed aveva dato esito negativo, a distanza di anni il mio attuale pneumologo è certo che fosse un errore.

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Arrivo a 21 anni. Io ero volontaria in Croce Rossa e coi miei riccioloni d’oro e il faccino da angioletto vendevo molto bene le torte per finanziare la futura ambulanza. Ma quel giorno pioveva che dio la mandava. Non me la sentivo di lasciare la bancarella, erano tutti lì… così sono rimasta. Il giorno dopo tossivo come fossi stata tubercolotica. Quella bronchite è stata orribile, la più brutta della mia vita. E’ durata 3 mesi e mezzo. C’è stato qualche momento in cui stavo meglio, ma per la maggior parte dovevo starmene in casa. La professoressa di Biochimica mi aveva molto gentilmente invitata, parlando al microfono, a non presentarmi in classe facendo tutto quel casino… e il casino era la tosse. Così mi persi un semestre di lezioni. Ad un certo punto i polmoni e la gola erano così irritati che tossivo sangue. MA avevo cambiato medico. E la dottoressa in questione, che è anche l’attuale, aveva capito che quella non poteva essere una bronchite normale. Mi ha mandata dallo pneumologo il quale ha immediatamente capito: asma cronico. Il fischio era chiarissimo. Mi ha spiegato che con me gli antibiotici non bastavano perché i miei bronchi erano così irritati che ogni volta che mi ammalavo partiva una bronchite che in pochissimo diventava autonoma rispetto al batterio: ammazzavo il batterio, ma i bronchi continuavano a restare irritati e la bronchite continuava da sè. Quella bronchite l’abbiamo ammazzata con delle botte assurde di cortisone, una pillola al giorno. E poi lo pneumologo mi ha consigliato una delle cose più belle della mia vita: il Sinestic. Il Sinestic è il mio inalatore, budesonide formoterolo fumarato diidrato. Per qualche tempo l’ho dovuto prendere tutti i giorni, di modo da ripulire i polmoni. Dopo due settimane già sentivo la differenza… Un giorno alla lezione di fisiologia animale, per caso, mi sono resa conto di fare meno fatica a stare attenta a lezione: respiravo meglio, avevo più ossigeno in circolo e facevo meno fatica a procurarmelo. Due mesi dopo quando piangevo non soffocavo più, tiravo solo un paio di colpetti di tosse (questo non è mai passato). E poi finalmente non ho avuto più bisogno di prenderlo così spesso ed ho potuto smettere e prenderlo solo quando mi viene una bronchite: appena faccio qualche colpo di tosse comincio con una bella dose di Sinestic e la ammazzo sul nascere. Così non diventano neanche più bronchiti, ho pochissimo broncospasmo. A volte però è più forte e ricomincio ad affogare. Letteralmente, la sensazione è quella di avere i polmoni pieni di acqua che anche sforzandoti non riesci a buttare fuori. Però durano meno, due o tre settimane, a volte un mese, ma non certo tre mesi. E sono anche meno, queste bronchiti, ne faccio due o tre in un anno. A 23 anni non ne ho fatta neanche una, è stata una vittoria interiore che mi ha fatto pensare che avrei potuto sconfiggere tutto nella vita.

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Il Sinestic mi ha cambiato la vita.

Vedete, il problema prima non era solo che mi ammalavo. Era tutto: siccome avevo il terrore di ammalarmi non potevo fare a palle di neve, dimenticarmi la sciarpa a casa, se si metteva a piovere ed io non avevo l’ombrello cominciavo a pensare a quanto sarebbe durata quella bronchite. Ma non avevo una diagnosi: ero solo malaticcia. Quindi quando la gente mi diceva: “Dai, andiamo a fare un pupazzo di neve!” io dovevo rispondere: “No, ehm, non posso, perché se no poi mi viene la tosse…”. E’ abbastanza da sfigati, concorderete. Ho perso davvero moltissimo per colpa dell’asma. Lezioni, vita sociale, passioni… Ma da quando ho questa diagnosi posso dire: “Guarda, per favore, non fumare standomi così vicino perché sono asmatica e mi fai davvero male”. E posso dirlo con fermezza e senza vergogna. Non solo. Da quando ho il Sinestic non devo più negarmi nulla: posso uscire se c’è vento (sì, ok, meglio con la sciarpa), posso sciare e giocare a palle di neve senza patemi, ho fatto tutto l’anno in Olanda senza ombrello, e lì di pioggia ne scende! La mia vita è cambiata incredibilmente. Respiro. Respiro davvero! Per voi è scontato, per me non lo era. Ogni respiro profondo che faccio è una vittoria. Ed ogni volta che mi viene la tosse, come ad esempio sta succedendo in questi giorni, posso ringraziare tutti i ricercatori che mi hanno portata ad avere il Sinestic, che mi dà la certezza di poter rassicurare la mia povera mamma, a cui ancora i miei colpi di tosse così profondi fan paura, sul fatto che andrà tutto bene e passerà in fretta. Già, in fretta! Non è meraviglioso?

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Il Sinestic naturalmente è stato testato sugli animali, in particolare su ratti, topi e porcellini d’India. Per i quali mi dispiace davvero moltissimo, credetemi. Ma sono grata ai ricercatori che lo hanno testato e anche a quegli animali che sono stati sacrificati per me, perché la felicità di poter respirare è troppo grande, è impagabile. Ma per la verità da asmatica come sono devo ringraziare anche per tutti i farmaci al cortisone, tutti i fluidificanti, il paracetamolo, gli antibiotici… Vedete, voi date per scontato che io sia qui. E lo do per scontato anch’io. Ma anche solo cento anni fa una bambina malaticcia come me non sarebbe arrivata a 10 anni. Ed invece ci sono! Tutti questi farmaci sono stati testati e grazie ad essi molti stanno bene e in futuro un numero gigantesco di persone malaticce come me si aggiungeranno al novero di coloro che sono felici di esserci e di avere una vita praticamente normale grazie a qualche farmaco che è stato testato apposta per avere quell’effetto lì.

Io sono felice. E sto bene.

Ma a volte ci penso e mi dico che in fondo il mio è solo asma. Che forse per un ragazzino sarà brutto non poter fare a palle di neve ma si vive anche senza. Ma ci sono persone per cui la vita è sempre legata ad un ospedale. Persone per cui l’asma sarebbe un passo avanti, persone che affogano ben più di me ed aspettano ansiosamente un trapianto di polmoni, a volte non riuscendo ad arrivarci. E ci sono anche persone che purtroppo anche se stanno malissimo non hanno la fortuna di una diagnosi, anche se magari tardiva, come ce l’ho avuta io: loro continuano a peregrinare da un medico all’altro per scoprire cosa diavolo sta succedendo al loro corpo impazzito e magari (magari!) per trovare una cura o quantomeno un palliativo, qualcosa che cambi loro la vita. E mi sento impotente davanti alla gigantesca ingiustizia di poter godere di qualcosa che loro non hanno. E quindi l’unica cosa che posso fare è difendere e sostenere la ricerca, quella vera, seria, in cui i ricercatori e i medici si fanno in quattro con ogni metodo possibile (e quindi, sì, anche usando animali) per cercare di capire cosa diavolo sta succedendo, per trovare una diagnosi, una causa e magari, chissà, una cura. Quindi voglio segnalarvi questa bellissima iniziativa messa in piedi dai ragazzi del Comitato I Malati Invisibili, ossia tutti quei malati che hanno una malattia rara e magari non hanno nemmeno una diagnosi, ma che stanno male e non vogliono essere ignorati. L’idea è la stessa dell’Icebucketchallenge, fare un video ed una donazione, ma questa volta si tratta di scoppiare un palloncino con un viso triste, una metafora per indicare che si vuole abbattere quel muro che li rende infelici. Il ricavato andrà a sostenere il primo Centro Nazionale per i Malati non Diagnosticati, per cercare di rendere ogni giorno questi bambini, ragazzi, adulti, famiglie un po’ meno invisibili. E’ una bellissima iniziativa, tutta italiana, nata dal basso da dei ragazzi come me e te, ma con una malattia grave per davvero, per dare fiducia a chi come loro cerca ancora una strada per essere felice.

#iolivedo … e tu?

Diritti vs privilegi, l’Italia tra razzismo, sessismo ed omofobia

Qualche giorno fa le persone con cui ho vissuto un anno, qui in Olanda, mi hanno chiesto che cosa ho imparato dall’Olanda quest’anno e che cosa cambierei dell’Olanda se potessi.

Alla domanda su cosa cambierei dell’Olanda non ho avuto dubbi: la sanità… ti rendi conto di quanto sia importante la sanità pubblica solo quando ti trovi a non averla. Insomma, diciamoci la verità: Breaking Bad in Italia sarebbe durato 10min.

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Ma sul che cosa imparato ho dovuto rispondere un po’ a denti stretti, perché mi spiaceva. E ho risposto che, anche se prima di partire non lo pensavo, ho capito che l’Italia è un Paese profondamente razzista, profondamente sessista, profondamente omofobo. E l’ho capito parlando con gente che veniva da ogni dove.

Sul razzismo l’ho capito vedendo le mie stesse reazioni nei confronti delle persone di certe origini che incontravo, banalmente anche solo stare più attenta a quel che la persona in questione potrebbe fare o dire, mentre loro sembravano non prestare grossa attenzione alla differenza se non per pura curiosità bonaria sui diversi usi e costumi. Mi sono fatta un po’ schifo: erano cose innocenti, ma inconsciamente provavo un pregiudizio nei confronti di una persona come me solo perché con geni diversi. Cosa sciocca, per altro, considerato che in Olanda io ero immigrata esattamente come qualunque altro immigrato: avevo diversi usi e costumi, ho fatto fatica ad adeguarmi al cibo e agli orari olandesi, non parlavo una sola parola di nederlese. Le stesse cose che qui in Italia i razzisti contestano agli immigrati… ma che in fondo sono normali quando arrivi in un Paese nuovo, mica “si nasce imparati”. Ci vuole tempo per adeguarsi a un Paese nuovo anche con tutta la più buona volontà e se nessuno ti spiega come funzionano le cose perché ti trovi in un ambiente ostile è anche più difficile; io tutto questo lo ho capito facendo l’immigrata da un Paese che generalmente non è considerato proprio il massimo della civiltà e mi sono resa conto che se non avessi incontrato un ambiente così accogliente avrei trovato grossissime difficoltà ad integrarmi… e dopo un anno ancora non ero completamente integrata. Anche se tutt’ora mi viene fame alle 5 del pomeriggio, ora di cena in Olanda.

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Sul sessismo è stata una bella botta. Arrivata in università ho cominciato a rendermi conto che le ragazze andavano a lezione con disinvoltura con gonne e shorts inguinali, con della scollature considerevoli e coi tacchi. Belle. Oddio, non che le olandesi siano delle supermodelle, anzi, sono piuttosto giunoniche. Però i capelli biondissimi alla Rapunzel e quegli occhi chiari uniti a questa sorta di autocoscienza sull’avere il mondo in mano esercitano un grosso fascino. Tutta questa disinvoltura nel vestire in un ambiente professionale però mi ha lasciata interdetta sulle prime. Poi parlando con un’amica ho capito: in Italia se una ragazza va così a lezione tutti, alunni e professori, pensano che sia per strappare qualche punto in più, quindi se non è così impari a vestirti diversamente… ma in Olanda a nessuno salta in mente un pensiero del genere, quindi non si pongono il problema e si vestono come più le aggrada. Ovunque, anche per strada, le ragazze vanno in giro coi vestiti che più gli piacciono senza farsi troppe pare mentali, con pantaloncini a mezzo culo o gonne lunghissime, per loro non c’è una reale differenza… perché la società non glielo fa pesare così tanto. Il che a me fa venire l’acquolina in bocca, perché essendo una ragazza con un fisico, diciamo, prosperoso mi sono sentita parecchio sessismo addosso nella mia vita. Basti pensare che al primo anno di università ho dovuto smettere di mettermi magliette con una scollatura a V perché quando dopo le lezioni andavo a chiedere ai prof degli approfondimenti alcuni compagni si sono messi a dire che ci provavo… per me erano solo magliette che mi stavano bene, non avevo fatto caso al fatto che fossero un pochino scollate. Oh, sì, ok, ho una quinta di reggiseno, ma è il mio corpo, non una caratteristica morale peccaminosa. O ancora i commenti orribili di quando sono stata eletta vicepresidentessa di Pro-Test: gli oppositori hanno detto di tutto su di me, hanno azzardato qualunque motivazione sessista per il mio essere stata eletta, qualunque cosa fuorché il merito. Ovviamente non è mancato il “è lì perché è andata a letto con X”… peccato che io X manco lo conoscessi prima. E’ così difficile dare a una donna i meriti che ha, che sia bella o che sia brutta, che sia prosperosa o longilinea? In generale, è così difficile rendersi conto che il sesso è solo una parte della vita di una persona e che una donna può avere anche un cervello per pensare, delle mani per fare lavori manuali e una morale che la porti ad impegnarsi per arrivare dove vuole senza sfruttare per forza il sesso e senza per questo dover sopprimere la propria femminilità, ma semplicemente essendo… se stessa? Inutile dire che i più stupiti di tutti, quando si confrontavano i rispettivi sistemi lavorativi, sulla maternità, sulla tv etc. erano norvegesi, svedesi e finlandesi. Ma anche gli olandesi, assidui frequentatori turistici del Bel Paese, erano estremamente perplessi nel vedere la divisione dei ruoli all’interno di un matrimonio, il fatto che di solito un uomo sposato non stiri i vestiti e che una donna non usi un trapano per i lavori di casa… o “quelle donne in tv così scoperte, perché avete così tante soubrette ma così poche donne che presentino programmi seri? E’ la tv di Berlusconi, vero?” “Sì, ehm… anche quella… ma… be’, diciamo che ormai in Italia sono tutte così”.

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E poi l’omofobia. L’omofobia rientra nell’elenco di ciò che accade quando, letteralmente, non si è in grado di farsi i cazzi propri. O le fighe proprie, a seconda dei gusti. Non mi sono mai spiegata perché la gente debba avercela coi gay: insomma, ma quel che fa una persona nella sua camera da letto non sono cavolacci suoi? A me non interessa se tu sei un amante del sado-maso, che te ne frega se a un uomo piacciono gli uomini o a una donna piacciono le donne? Fatti i fatti tuoi. Idem con patate non mi interessa se a baciarsi in un parco o al ristorante o davanti a un tramonto sono un ragazzo e una ragazza oppure due ragazzi: se è un bacio tenero lo è comunque ed io mi sciolgo comunque. Piuttosto, ci sono delle slinguate animali che potrebbero sinceramente evitarsi nei luoghi pubblici, ma personalmente le ho sempre viste solo etero. E mentre qui in Italia ogni tanto qualche sindaco furbone, sentendo la profonda necessità di abusare del proprio potere, decide di vietare nel suo paese le effusioni omosessuali nei luoghi pubblici, nei parchi in Olanda in primavera ci sono bellissimi pic-nic di famiglie di ogni genere, in mezzo alle quali si confondono perfettamente delle tenere coppie omosessuali che prendono il raro sole olandese tenendosi per mano o con la testa di uno appoggiata sulla spalla dell’altro. Diversi miei amici parlando delle varie situazioni internazionali e dell’immigrazione mi hanno detto che è pessimo che ci sia così tanta omofobia in certi Paesi, come la Russia, è che è un bene che i gay russi possano venire in Olanda con lo status di rifugiati perché in Russia sono effettivamente perseguitati per una cosa per cui non è accettabile venire perseguitati. E si stupivano del fatto che noi fossimo ancora dietro a dibattere sui matrimoni gay, se farli o non farli. Ora, io non voglio entrare nella questione delle adozioni, credo che quello sia un argomento per pedagoghi; io personalmente ritengo che un bambino stia meglio con delle persone che lo amano, indipendentemente dal loro sesso, rispetto allo stare in una comunità o una casa famiglia, ma ripeto che non sono una pedagoga quindi il mio parere è irrilevante. Ma lasciando perdere per un momento la questione delle adozioni, non si vede perché due persone che vivono insieme per una vita non dovrebbero avere gli stessi diritti che ha una moglie nei confronti del marito (e viceversa) di fronte alla legge. Ma senza arrivare al matrimonio, la stessa considerazione sociale dei gay in Italia è omofoba, si fanno un sacco di battutine imbecilli, il termine “frocio” è effettivamente un’offesa, molti quando scoprono che un ragazzo che conoscono è gay cominciano a sentirsi a disagio come se lui dovesse saltare loro addosso da un momento all’altro… cosa che, scusate, ma è seriamente sciocca. Seriamente. Questo in Olanda è davvero ridotto, davvero tanto. Perfino il gay pride è diverso. Ecco, visto che scrivo ad un popolo omofobo, facciamo una specificazione qui: il gay pride, no, non è una volgarità provocatoria, è una manifestazione che con l’ironia vuole sdoganare i termini più offensivi con cui i gay vengono apostrofati dagli omofobi (“frocio”, “checca”) di modo che non risultino più insulti nel linguaggio comune; ed è anche una manifestazione per dire: “Ehi, siamo qui, siamo tanti, non potete ignorarci ancora a lungo!”. Ecco, lo sapete com’è il gay pride ad Amsterdam? Una festa, una celebrazione della propria libertà. Il clima era bellissimo, io ci sono andata col mio fidanzato ed entrambi ci siamo divertiti un sacco… e, no, non c’era nulla di volgare, era una felice carnevalata divertente. Perché in Olanda di diritti non ne devono davvero rivendicare. Non come in Italia, dove la loro stessa esistenza sembra configurarsi come un peccato mortale.

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A me non piacciono gli esterofili a tutti i costi, così come non mi piacciono i nazionalisti a tutti i costi. Ogni Paese ha i suoi pregi e i suoi difetti, e fortunatamente, checché se ne dica, l’Italia di pregi ne ha tanti, basti pensare alla sanità pubblica o al sistema pensionistico: potete lamentarvene finché volete, ma è un vantaggio mica da ridere averli pubblici anziché in mano ad assicurazioni private e noi non ce ne rendiamo conto solo perché lo diamo per scontato. Il cibo, i vestiti, gli happy hour, il Natale, le cene in famiglia, l’arte, la cultura, il sapersi arrangiare, il modo di muovere le mani, la lingua e molto altro. Ma purtroppo nella cultura dei diritti l’Italia per essere parte del mondo occidentale è davvero indietro e questa è una cosa su cui dovremmo davvero riuscire a tagliare il cordone ombelicale rispetto alla tradizione fortemente cattolica che ci portiamo dietro; non che io abbia qualcosa contro i cattolici (specifichiamo anche questo, che il tifo da stadio in Italia è sempre in agguato: io ho studiato dai preti e anche se agnostica li amo visceralmente), ma diciamo che non sono proprio dei campioni del non dire agli altri cosa fare della propria vita. Dovremmo proprio imparare. E attenzione che non si tratta di concedere a tizio o a caio dei privilegi, ma di riconoscere a degli esseri umani dei diritti che sono già loro e semplicemente sono ignorati dalla legge: il diritto a non essere giudicati in base al proprio patrimonio genetico di partenza o al luogo in cui il caso ci ha fatti nascere e da cui poi siamo partiti scegliendoci una nuova terra; il diritto a non venire trattati come dei meri oggetti sessuali che è meglio non vadano troppo a provocare l’uomo, che è cacciatore e se troppo tentato non sa trattenersi (balla allucinante, un sessista non sa trattenersi perché pensa di avere il diritto di fare qualcosa perché una donna ha osato troppo, un uomo che sia conscio del valore di una donna sa anche come trattarla); il diritto a non dover vivere per tutta la vita un amore clandestinamente, come se fosse un atto politico insurrezionalista mentre invece è solo un sentimento profondo e romantico. Che poi, cari razzisti, vi rendete conto che se vi sentite minacciati da una persona che non parla la vostra lingua, non ha contatti e fa fatica a integrarsi vuol dire che non siete poi in grado di fare molto? E, cari sessisti, vi rendete conto che se secondo voi una donna può ottenere quel che vuole in base al sesso e che se si scopre troppo poi il maschio non può trattenersi vuol dire che considerate il maschio stesso una sorta di animale scemo senza autocontrollo? E, cari omofobi, vi rendete conto che il fatto che qualcun altro decida di fare praticare la sodomia non significa che debba farlo col vostro sedere? No, perché a volte si ha l’impressione che non ve ne accorgiate.

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Sono partita dall’Italia credendomi tollerante e non rendendomi invece conto di essere invece abbastanza razzista, sessista, vagamente omofoba. Pensavo davvero di essere tollerante, ma non lo ero. Ed ho deciso di lavorarci, di smettere di negare i diritti agli altri senza aver davvero razionalmente ragionato sulle questioni. Ed ho scoperto che quando capisco che non sto dando privilegi ma solo riconoscendo diritti reali sono più felice anch’io, perché sono in grado di guardare oltre e conoscere più a fondo delle persone che possono anche rivelarsi persone bellissime e che a quel punto non diventeranno invisibili nella loro interezza perché nascoste dietro un pregiudizio e non avranno bisogno di chiudersi a riccio per proteggersi da un’irragionevole inflessibilità. Mi sono scoperta più felice e serena, più libera. E mi piacerebbe tanto che poteste provarlo anche voi.

#StrakerEraPresenteQuando…

Ieri sera su Twitter si è assistito ad un fenomeno singolare, lo #StrakerEraPresenteQuando (https://twitter.com/hashtag/strakererapresentequando?f=realtime&src=hash). Vi ricordate di Straker, alias Rosario Marcianò, di cui ho scritto nell’articolo precedente? Dovete sapere che costui per darsi credito presso i suoi ha azzardato qualunque tipo di ipotesi su qualunque tema possibile, sciacallando anche su notizie di cronaca nera della gravità dell’aereo caduto in Ucraina, le alluvioni a Genova e in Sardegna o sul ferimento del carabinier Giangrande a Roma. Diciamo, senza peli sulla lingua, che sinceramente sarebbe molto più veloce fare l’elenco delle notizie di cronaca nera su cui non ha detto la sua che di quelle su cui l’ha detta. Oggi in particolare sono venuta a conoscenza del fatto che costui abbia speculato anche sulla morte di Lady Diana dicendo che lui sa che è stata ammazzata perché lui nel tunnel c’era.

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Un po’ per ridere e un po’ per mostrare ulteriormente ai miei contatti il livello di bassezza a cui quest’uomo è riuscito ad arrivare ho postato questo screenshot su Facebook e su Twitter ed ho ricevuto questa risposta:

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Dopo pochissimo si è scatenata la gara a chi postava l’avvenimento più originale a cui Straker sarebbe stato presente, in poco tempo l’hashtag è cresciuto prendendo vita propria e dando origine a delle vere e proprie perle. Del resto non è la prima volta che a delle castronerie i social media rispondono con il sarcasmo e l’ironia: possiamo facilmente ricordare proprio il caso di Spielberg che avrebbe ucciso il triceratopo.

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Un po’ perché ritengo che, ovviamente dopo il debunking e la giusta informazione scientifica, l’ironia sia il modo migliore di affrontare e sbugiardare questi ciarlatani e un po’ perché effettivamente alcune battute sono davvero divertenti ho deciso di fare qui una raccolta delle migliori.

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E infine, permettetemene due mie, dedicate ad un amicone specialissimo:

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La maschera del lupo cattivo – Grazie maestre perché non credo a Tanker Enemy

Quando ero una bambina, diciamo a 6, 7 anni, tutti mi dicevano che era importante studiare per non farsi fregare da adulti. Me lo ripetevano le maestre, la mamma, il mio papà così innamorato della cultura, la cara tata che mi faceva fare i compiti. E siccome ero insofferente all’imparare a memoria e per pigrizia cercavo i meccanismi per arrivare a coniugazioni e tabelline ragionando anziché ripetendo a pappagallo qualcuno mi ha anche detto che era un bene ragionare anziché memorizzare, che avrei imparato a non cascare nelle fregature che le persone cattive avrebbero cercato di rifilarmi. Io, piccola e ingenua, pensavo ad addizioni, sottrazioni e moltiplicazioni applicate allo scontrino dell’Esselunga. Pensavo fosse lì che la gente avrebbe potuto fregarmi, coi commercianti che avrebbero potuto darmi qualche moneta in meno di resto o non farmi lo sconto giusto per i saldi. Cose così. Che tutto sommato se non sei alla canna del gas non è che ti cambino la vita. Da adolescente poi ho cominciato a pensare si trattasse del pagamento delle tasse, dei calcoli sugli interessi del mutuo o il leasing della macchina… Insomma, l’ho sempre legato a problemi economici immediati, di compravendita. Lasciamo perdere poi il fatto che pesavo soprattutto alla matematica, probabilmente per il mio odio viscerale per le lunghissime equazioni che sapevo benissimo come risolvere ma che inevitabilmente sbagliavo per distrazione prendendo un sacco di dannati 5, 5.5, 6- (sì, l’amore per la matematica è una scoperta recente). Ma il succo è che pensavo che alla fin fine della cultura per vivere tranquilli bastasse ciò che si impara alle elementari e che il resto fosse un di più, un bellissimo vezzo di chi come me amava la letteratura e la scienza.

Quanto non avevo capito!

Eh già. Quando sei un bambino non capisci a fondo che il problema non è chi ti frega una volta su due soldi… ma chi continua a fregarti perché sembra la nonna, ma in realtà è il lupo cattivo e non si toglierà subito la maschera ma piuttosto la terrà su contro ogni evidenza fino ad essersi spolpato tutta la carne che avevi addosso.

Ora li ho incontrati di persona, questi lupi cattivi. Ed hanno tutti la faccia da buoni. Si pongono tutti come gli eroi solitari contro un mondo ingiusto, gli unici che urlano al vento una verità inascoltata perché ai potenti fa comodo nascondere le cose per farci male… e ci salveremo solo ascoltandoli. E voi direte: “Sì, va be’, il classico messia. Ma chi li segue, ma chi li ascolta?”.

Vi stupireste. Lo sapete chi è Rosario Marcianò? Il suo nome d’arte è Straker e ha un blog chiamato Tanker Enemy ed è il guru del movimento anti-scie chimiche. I membri di questo movimento sono fermamente convinti che il mondo sia controllato da una sorta di consorzio di oscuri signori che attuano ogni sorta di oscenità per controllarci, tra cui l’irrorazione delle scie chimiche. Cosa sono? Le scie degli aeroplani. Naturalmente si tratta solo di acqua condensata, ma per loro sono piene di ogni possibile agente tossico (dal bario al cancro all’AIDS) e vengono sparsi da aerei detti tanker, appunto, per… be’, questo cambia a seconda del complottista che beccate. Per alcuni per alzare la temperatura globale, per altri per abbassarla; per alcuni per far venire le alluvioni, per altri la siccità; per tutti per diffondere malattie orribili. Gli stessi credono anche all’Haarp, macchinario favoloso in grado di generare terremoti. Pazzesco? Sì. Ma guardate un po’ in quanti ci credono… e stranamente quali sono le richieste.

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Ok, a questi è facile non credere, propagandano effettivamente delle enormi minchiate. Oddio, 4.000 persone non sono poche, ma sulla popolazione italiana si perdono, e questo per un motivo: anche se non si hanno specifici elementi di areonatutica/fisica/climatologia, le minchiate sono talmente tante che ci arrivi per vie traverse. Io ci sono arrivata perché essendo biologa ho fatto una sonora risata del fatto che si possa diffondere il cancro per via aerea, altri perché hanno visto su Cronaca Vera che le scie chimiche si sconfiggono con l’aceto di mele… Suvvia, davvero? Gomblottone internazionale intergalattico con CIA, Bildeberg, NWO, alieni rettiliani venuti per controllarci e lo si sconfigge con l’aceto di mele? Allora Vannoni ha il siero di lungavita!

Già. Vannoni. Vannoni è un altro lupo travestito da agnello, ma qui era difficile non cascarci e non posso biasimare chi ci è cascato all’inizio, quando tutti i media lo dipingevano come un salvatore. Io qui non faccio testo: io studio neurobiologia e Vannoni ha detto minchiate sulla neurobiologia, dovevo beccarlo. Ma i miei amici che hanno studiato giurisprudenza, informatica, fisica o qualunque altra cosa che non c’entri un tubo e che invece di cascarci si sono posti due domande restando interdetti li ho apprezzati tantissimo. Chi banalmente conosce il metodo scientifico anche solo per averlo studiato alle superiori e si è detto che Vannoni per essere uno scienziato (che sembrava e che non è) non sembrava applicarlo tanto bene; chi si è chiesto perché i NAS avessero fatto i sequestri da cui poi Vannoni e Giulio Golia (il gatto e la volpe, ndr) avevano cominciato ad urlare allo scandalo (chissà, forse c’era stata una denuncia? Ah sì, più d’una? Ah, ma allora su qualcuno non ha dato questi effetti miracolosi, anzi, eh!)… Ragionamento. Puro ragionamento sulla base di conoscenze pregresse davvero banali, a cui bastava dare ascolto: la scienza funziona così e così e lo so perché lo ho studiato in storia quando ho studiato Galileo; uno psicologo laureato in lettere non può saper nulla di staminali e lo so perché non basta un parolone in scientifichese o in qualunque altro linguaggio forbito per impressionarmi; quando le forze dell’ordine sequestrano qualcosa spesso è sulla base di denunce; non si possono curare decine di malattie diversissime con la stessa cura. O ancora, banalmente: qualche anno fa c’è stato un referendum sulle staminali, mi sono informato allora e quindi ora so che le staminali non funzionano come dice Vannoni. Ma questi sono rari, se no il referendum sarebbe andato diversamente al tempo. Era difficile scovarlo. E quindi ha fregato un sacco di gente. Ed ora vi potrei sottoporre questo facendovi notare come doni i soldi alla fin fine a se stesso e che così magari potrà anche avvalersi di qualche detrazione…

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Ma ci tengo di più a sottolineare che qui la fregatura non porta solo a una perdita pecuniaria, ma soprattutto a una grossa sofferenza e a dei trattamenti inutilmente dolorosi per bambini che hanno già abbastanza sfortune dalla vita e che non si meritano di finire nelle mani di una ciarlatano. E sapete qual è la cosa buffa? Che persone estremamente istruite come i giudici ci sono cascate, convinte di saper tutto e di poter quindi snobbare il parere degli esperti, quelli veri. Mi sa che nei loro esami di filosofia gonfi di tomi enormi si sono dimenticati di studiare il “so di non sapere” di Socrate… o forse lo hanno solo studiato a memoria, senza ragionarci.Perché questo è da far notare: se ragioni anche poche nozioni ti portano lontano, se ragioni e hai molte nozioni arriverai anche più in là… ma se le nozioni che hai per te equivalgono a filastrocche che ripeti meccanicamente non capirai mai una sega.

E poi ci sono i lupi cattivi a lungo termine come la LAV, che spera e non spera che la “vivisezione” (sarebbe più giusto “sperimentazione animale” perché la vivisezione è illegale, ma lasciamo correre) venga abolita, perché in fondo contrastarla è il loro business:

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Loro riempiono la testa della gente di stupidaggini galattiche su quel che succede nei laboratori per sembrare i buoni, così possono chiedere il 5×1000 ai giovani e una menzione nel testamento agli anziani, donazioni a go go alle gentildonne borghesi col cane da borsetta, e via. Peccato che così la gente si abitua a pensare che gli scienziati siano dei mostri e quando ci sarà da votare voterà di conseguenza. Anche qui, il portafoglio è il meno, ma io prego di non vedere mai il giorno in cui verrà abolita la sperimentazione animale prima di avere i mezzi tecnologici per farlo, perché quel giorno dovremo andare in cerca dei nipoti del dottor Mengele per cercare le cure alle malattie direttamente sugli esseri umani. Fortuna che però la LAV su questo ci fa i soldi, quindi, cari animalisti, ho brutte notizie per voi: non lo otterrete mai e non per colpa dei Pro-test cattivi ma perché ai vostri leader non interessa cambiare la situazione e vi danno solo un contentino via l’altro. Contentini che però mettono un sacco di bastoni tra le ruote a chi poi la ricerca nel concreto la dovrebbe fare, tanto che uno quando si presenta a un nuovo conoscente deve aver paura a pronunciare la frase: “Sì, ehm, io… sono… un ricercatore” perché non sa se l’interlocutore vedrà la persona intelligente che ha davvero davanti o uno spietato assassino genocida senza scrupoli. Per arrivare però a scoprire la LAV bisogna saperne parecchie, perché l’argomento è spinoso e loro sono dei maestri di comunicazione: bisogna sapere come funziona il metodo scientifico, come funziona la scienza, magari sapere qualcosa di legislazione, così ci si rende conto delle loro balle; oppure ci si può cominciare a fare due domande vedendo quanti metodi di donazione hanno; oppure bisogna avere un sano, limpido ed irrefrenabile spirito critico, cosa che si allena in anni di ragionamento e non senza fatica, ma è un investimento sicuro.

Infine ci sono milioni di santoni e ciarlatani che magari sembrano non avere un ritorno immediato dalle balle che ci dicono, ma possono guadagnarci in più modi, che si tratti di avere più click su un blog oppure di formare una setta di persone davvero convinte di qualcosa (fosse anche una pessima scelta alimentare) e pronte a credere a qualunque stupidaggine partecipando a corsi, eventi, comprando libri… e rimettendoci in salute. Una curiosità, la mia scoperta della serata (no, prima non li conoscevo): http://www.comemigliorare.com/lavaggio-epatico-come-depurare-il-fegato-per-migliorare-umore-e-benessere-generale/ Ovviamente, no, chi si affida a questo metodo non ha davvero dei calcoli epatici e, sì, è proprio quell’improbabile dieta a far sì che vengano prodotte le pietruzze che poi vengono espulse. Ma guardate come è scritto bene il sito, in che maniera fintamente convincente. E, sì, quelli qui sotto sono i prodotti di questa meraviglia di dieta. 

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Quando ero solo una bambina di 6 o 7 anni, alle elementari, non sapevo quanti lupi cattivi avrei incontrato e quanto sarebbero stati difficili da smascherare e quando mi dicevano che è importante studiare e non a memoria non capivo davvero di che si parlasse. Ma ora lo so e per ogni santone da cui non mi sono fatta fregare devo ringraziare qualcosa che ho scoperto negli anni sui libri, dalle elementari all’università, anche cose banali e che a volte al principio ho ritenuto inutili. Per ogni guru nella cui tela non sono caduta devo ringraziare chi su quelle nozioni mi ha spinta a ragionare dicendomi di non fermarmi al fatto in sé ma di farmi delle domande. E quindi capita adesso di rendermi conto che se non credo a quell’imbroglione di Tanker Enemy è anche grazie ad ogni professore e ad ogni maestra che ho incontrato, anche grazie alla mamma che quando non avevo voglia di fare un tubo alle superiori mi spediva a fare ripetizioni e a tutti coloro che negli anni mi hanno ricordato una cosa a cui al tempo non credevo, ma che ho scoperto essere vera: non è vero che con la cultura non si mangia, non è vero che le nozioni utili finiscono alle elementari… la cultura e il ragionamento sono le due mani che ti permettono di strappare la maschera al lupo cattivo.

Se i malati non possono parlare (ovvero come ti tolgo la liberta’ di parola con un Beagle e un gioco di prestigio)

In questi mesi ho assistito ad un giochino interessante: la gara a chi rivolta la frittata piu’ velocemente.
Come sa chi mi segue, sabato 14 Giugno, durante la manifestazione RicerchiAmo, sono stata molto colpita dalla testimonianza di Luisella, mamma di una bambina di 11 anni con la Sindrome di Rett, la quale ha fatto una cosa SCANDALOSA raccontandoci la vita di sua figlia.
E poi nei mesi scorsi. Ho assistito ad una ragazza che ha fatto dei video SCANDALOSI difendendo la sperimentazione animale che le ha dato i farmaci che la tengono in vita. E ad una notizia SCANDALOSA su delle famiglie con bambini malati che volevano fare una raccolta fondi per finanziare la ricerca sulla Sindrome di Rett.
Scandaloso. Scandaloso! Ma come si permettono loro di parlare? Della loro malattia, per giunta? Ma come si permettono loro di farsi vedere con una mascherina per l’ossigeno? E questi Pro-Test, ma come si permettono di “SFRUTTARLI”, “MANIPOLARLI”, ”SBATTERLI IN PRIMA PAGINA O SU UN PALCO”?!
Sfruttarli. Che bella parola. Oh, si’, molto significativa. Anche le altre pero’ non scherzano. Questi Pro-Test devono essere proprio delle cattive persone a costringere cosi’dei poveri esseri senza capacita’ di parola e autodeterminazione a… Wait, What?

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Qui sta il problema che molti non colgono: non c’e’ nessuno sfruttamento dei malati in corso semplicemente perche’ questi malati (o i loro tutori legali, i genitori) sono adulti, mentalmente sani, perfettamente in grado di autodeterminarsi e di scegliere se salire su un palco a parlare o se rilasciare un’intervista, se abbracciare o meno una causa o se pubblicare dei video. Queste persone sono in grado di soppesare i pro e i contro di quel che fanno e scelgono di parlare ed agire. Ed inoltre loro vogliono fortemente parlare perche’ hanno un maledetto bisogno che i loro diritti vengano riconosciuti ORA, perche’ spesso non hanno molto tempo a disposizione per aspettare i tempi fisiologici dei cambiamenti. Ma allora dov’e’ lo scandalo?

Esistono due tipi di scandali attorno all’esposizione mediatica dei malati.

Il primo scandalo e’ relativo alla societa’ in cui viviamo, la quale e’ basata sulla perfetta apparenza: bisogna apparire belli, in forma, atletici, intelligenti, brillanti, di successo, forti. Apparire. Non essere, apparire. Perfetti. Perfetti. Perfetti. E’ un’ossessione collettiva ed invadente che riesce ad infilarsi in ogni meandro della societa’… tranne laddove la natura, invece che madre, e’ stata matrigna e ci ha dato una sofferenza che non ci permette di guardare questo canone perfetto neanche in cartolina. Si puo’ essere brave persone lo stesso? Si’. Si puo’ essere felici lo stesso? Si’. Ma bisogna stare nascosti, perche’ si e’ antiestetici: non sei perfetto, sei malato, non farti vedere, mi fai schifo. Non si puo’ dirlo, ovviamente bisogna mostrarsi pietosi e indignarsi quando c’e’ una discriminazione perche’ e’ esteticamente piu’ bello da mostrare, ma e’ cosi’. Ogni singolo malato che incontro mi racconta la stessa storia, di venire schifato dalla gente come se fosse contagioso od orripilante. E tu questa gente la vorresti davvero mandare sui media? Davvero? Ma dai, fanno audience solo quando fanno piangere con le loro storielle strappalacrime, mica quando pretendono dei diritti, magari scomodi, magari che scalzano qualcosa di piu’ esteticamente e moralmente piacevole, come… un Beagle.

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Infatti il secondo motivo per cui dei malati che si espongono sulla sperimentazione animale fanno scandalo sono proprio gli animali a cui rubano l’attenzione mediatica. Io prima ho parlato di esseri senza capacita’ di parola ed autodeterminazione, ma, mentre questa non e’ per niente una definizione calzante per Caterina Simonsen o i genitori ProRett, calza come un guanto per topi, ratti, scimmie, cani, gatti. Che invece possono venire usati per fare volantini, post su Facebook, possono venire portati in trasmissioni e telegiornali al fianco di eleganti signore dai capelli rossi, possono vedersi mettere in bocca frasi che non hanno mai detto… Proprio perche’ non le hanno mai dette e quindi non potranno mai dire se concordano o no. Gli animali sono bellissimi, pucciosissimi, con quegli occhioni dolcissimi e in prima pagina stanno benissimo. Mica come quelle antiestetiche carrozzelle dei bambini malati, che ci ricordano che nella vita non tutto e’ perfetto e un giorno moriremo anche noi! No no, meglio i Beagle, quelli sanno di corse al parco per riportare i legnetti, di primavera e di coccole, portate via quei brutti malati che ci ricordano cose brutte (salvo poi che i giornali possono parlare in modo morboso di ogni singolo omicidio che avviene nella nazione perche’, si sa, quello fa fiction). Che poi, diciamoci la verita’, gli animali pucciosi fanno girare tanti di quei soldi che mica si puo’ far si’ che una ragazza con la maschera dell’ossigeno o un bambino in carrozzella rubi loro l’attenzione. Fanno audience, fanno introiti, pubblicita’. Avete presente il colonnino morboso coi gattini che c’e’ quasi in ogni sito internet? Ecco. Senza parlare delle associazioni animaliste e del modo in cui usano bellamente le immagini degli animali per chiedere il 5 per mille. Mentre naturalmente le associazioni di malati non possono usare neanche le proprie immagini e le proprie parole per combattere, perche’ quella e’ un’odiosa strumentalizzazione.

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Salvo che poi, quando e’ esploso il caso Simonsen, non c’e’ stata nessuna remora negli antivivisezionisti a lanciare l’hashtag #iostocongiovanna

per controbattere.  Salvo che poi loro non si fanno nessun problema a far parlare Susanna Penco invece di altri (anche se l’impact factor delle sue pubblicazioni rispetto all’eta’ ormai veneranda per una ricercatrice fa piangere) presentandola come “ricercatrice malata di sclerosi multipla”  (http://it.blastingnews.com/salute/2013/12/susanna-penco-ricercatrice-e-malata-ecco-perche-la-vivisezione-e-inutile-0051340.html). Ma queste non sono strumentalizzazioni, che dite mai? Loro scelgono di esporsi! (E tutti gli altri no, eh?)

E allora io vi dico una cosa: che l’opinione di una persona non vale di piu’ o di meno a seconda del suo stato di salute. Che Caterina o Giovanna, Luisellae la Penco hanno lo stesso diritto alla loro opinione e alla loro liberta’ di parola, che dicano cose sensate o meno: e’ la sensatezza di quel che si dice che verra’ poi giudicata, perche’ c’e’ liberta’ d’opinione ma se un’opinione ha senso ha senso e se non ce l’ha non ce l’ha. Quindi in realta’ i malati potrebbero anche non parlare. Ma non sarebbe giusto e questo perche’ questa societa’ si sta dimenticando di loro e rischia di prendere decisioni proprio sulla base di questa dimenticanza, ritenendo che il peggio sia passato, che non ci sia piu’ bisogno di fare ricerca perche’ in fondo le peggiori malattie sono curate e stiamo tutti bene. Salvo che poi quando e’ nostro figlio il malato piangiamo. Quindi i malati DEVONO parlare perche’ ci devono ricordare che esistono e che vanno rispettati, che le cose brutte nella vita accadono e che non possiamo far finta di niente, ed infine ci devono ricordare che hanno dei diritti che ogni giorno vengono calpestati DA TUTTI, da uno stato che li snobba, dagli enti finanziatori della ricerca che spesso si occupano solo di malattie non particolarmente rare, da chi parcheggia nei posti dei portatori di handicap, da chi crea barriere architettoniche, da chi preferisce un topo a loro. O un Beagle. O una scimmia. E si arroga il diritto di disinformare la popolazione inficiando l’opinione e il voto di tutti solo per tirare acqua al suo mulino. E ovviamente poi accusa chi dice il contrario di strumentalizzare i malati.

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Voglio concludere raccontandovi una cosa. Quest’anno per me e’ stato molto pesante perche’ ho dovuto vivere lontana da casa e da ogni persona che amo, perche’ ho dovuto lavorare in laboratorio e studiare alla sera, fare esami in un’altra lingua, scrivere una tesi e infine fare la vicepresidente di Pro-Test e la Coordinatrice Nazionale di Italia Unita per la Scienza. E malgrado io abbia dei compagni di viaggio fantastici sono arrivata a meta’ Giugno davvero esausta e stavo per dare le dimissioni da vicepresidente, pensando che sarebbe stato bene occuparmi un po’ di me e fregarmene degli altri. Ma poi ho visto questa bambina bellissima, di cui conosco la mamma, e mi sono resa conto che se lei ce la fa ce la posso fare anch’io e che questi bambini si meritano che noi lottiamo per loro. Perche’ se non lottiamo noi per dare loro voce vinceranno quelli che vogliono zittirli.

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P.S.: Grammar Nazi, vi prego, siate pietosi per gli apostrofi al posto degli accenti, con la tastiera olandese e’ particolarmente difficile far venire gli accenti corretti.

Nella tana del lupo (considerazioni sparse)

Danieleoppo.com

Premessa: sono solo considerazioni sparse.

Premessa 2: se decidi di entrare nella tana del lupo devi essere cosciente di almeno due cose: 1. il lupo è il padrone di casa e la conosce meglio di te; 2. devi essere pronto a mordere più forte e più a fondo del tuo avversario.

Sono stato a una conferenza pubblica organizzata dall’associazione Animal Defenders a Ferrara, tenuta da Massimo Tettamanti (il lupo), big boss di iCare, associazione che si propone di debellare la sperimentazione animale dalla faccia della Terra (detta così, gli auguro di avere successo al più presto. Detta con cognizione di causa, preferirei si occupasse d’altro nella sua vita).

Non lo avevo mai sentito parlare ma adesso so una cosa: sa cosa fare e sa come farlo. Il suo obiettivo dichiarato è raccogliere fondi per la sua associazione e lo fa con una retorica ben calibrata sul suo pubblico e sulla situazione. Per…

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Vaccinarsi o non vaccinarsi, questo è il problema.

Viste le polemiche di questi giorni, ho deciso di pubblicare nuovamente tre miei articoli che erano usciti un anno e mezzo fa sul blog  http://www.quarantadue.ch/. Purtroppo non siamo più in topic riguardo alla stagione, ma ci accontenteremo. =)

Ed eccoci qua: passata l’estate e cadute le foglie, anche quest’anno è arrivato l’inverno. E con lui tutti i malanni di stagione. Sicuramente ci saremo trovati di fronte a un bivio: “Che faccio, mi vaccino? Oppure no?”. La scelta non è semplice, se non altro per la marea di voci contrastanti che si sentono da mass media, medici, conoscenti… C’è chi pensa che i vaccini saranno la salvezza da una devastante pandemia e chi non si vaccina è un pazzo, chi crede che un’influenza non sia mai una buona cosa, quindi almeno bambini e anziani dovrebbero vaccinarsi, chi poi riconosce l’utilità dei vaccini per le malattie gravi, ma se può tenersi lontano da tutti gli altri è solo contento, e infine c’è chi su questi farmaci dice peste e corna. Chi ha ragione?

Si giri, non le farà alcun male!

 

 

Per capirlo, prima di tutto chiariamoci su che cosa sono i vaccini. Un vaccino è un preparato contenente un antigene che può stimolare il nostro sistema immunitario, in particolare l’immunità acquisita.E’ una sorta di allenatore per le sentinelle del nostro corpo: ci mette di fronte a un nemico che è già KO, così quando lo troveremo al massimo della sua forma fisica lo riconosceremo e lo pesteremo a dovere. Ok, fin qui è tutto bellissimo… Ma allora perché tutte queste polemiche? Una parte delle problematiche risiede in alcuni cavilli insiti nella natura stessa del vaccino, come il fatto che alcune formulazioni contengano il virus non morto o inattivato, bensì solo indebolito e quindi potenzialmente dannoso (anche se i casi sono rari), o che non è effettivamente necessario vaccinare l’intera popolazione per debellare un certo morbo: c’è una ben definita percentuale di persone che deve subire il trattamento, quindi ci si potrebbe chiedere perché esporre tutti a eventuali rischi. Un’altra paura è stata scatenata nel 1998 da tal Wakefield, un gastroenterologo inglese che in un articolo pubblicato su “Lancetmillantava un presunto collegamento tra il vaccino trivalente (il cosiddetto MORUPAR) e l’autismo: come approfondiremo in un dossier futuro, questa tesi si è poi rivelata del tutto infondata, tuttavia le conseguenze della pubblicazioni sono state di proporzioni gigantesche e in alcuni casi hanno avuto risvolti tragici, senza contare che l’eco della controversia è ancora ben viva in molte fasce della popolazione, fuori dalle frange della comunità scientifica. Un’ultima polemica risiede, come sempre quando si parla di ricerca biomedica e case farmaceutiche, nella sperimentazione sugli animali, che purtroppo è ancora necessaria per produrre farmaci sicuri per l’uomo, ma che non smette di impressionare l’opinione pubblica. 

Dunque le questioni sono parecchie. Il nostro umile intento è quello di provare a fare un po’ di chiarezza tramite qualche articolo a riguardo, che pubblicheremo qui su Quarantadue in più puntate. Quest’oggi lo “chef” propone un’intervista alla professoressa Caterina La Porta, stimata ricercatrice di fama internazionale, e al professor Alessandro Zanetti, direttore del Laboratorio per la sorveglianza dell’influenza in Lombardia, entrambi professori presso l’Università degli Studi di Milano.

Caterina La Porta

 

Alessandro Zanetti

 

1. Che cosa sono i vaccini e come funzionano?

C.L.P. : Un vaccino contro un’infezione è costituito da una forma modificata di una sostanza in grado di stimolare una risposta immunitaria. Pertanto, quando somministrato a un individuo sano, non induce malattia ma induce nell’organismo una risposta immunitaria. Quando lo stesso individuo verrà a contatto con lo stesso patogeno risponderà in modo più rapido ed efficace e quindi non si ammalerà.
A.Z.: I vaccini sono preparati biologici costituiti da microrganismi inattivati, attenuati o da parte di essi (i così detti antigeni), in grado di conferire protezione ai soggetti immunizzati. I vaccini devono possedere due requisiti fondamentali: 1) la sicurezza (assenza di effetti collaterali gravi, dopo loro somministrazione) 2) la capacità stimolare una risposta immunitaria simile a quella prodotta dall’infezione da cui ci si intende difendere. La somministrazione di un vaccino porta quindi all’acquisizione da parte del soggetto ricevente di una risposta immunitaria specifica in grado di prevenire in modo efficace e sicuro malattie infettive potenzialmente gravi.

 

2. Quali sono i vantaggi dei vaccini? Quali i rischi?

C.L.P.: I vantaggi sono ovviamente di evitare di ammalarsi per via di quei patogeni per cui ci si era vaccinati. I rischi nel passato potevano essere legati alla mancata inattivazione degli immunogeni e quindi dal rischio di potersi ammalare della malattia a causa del vaccino ma gli attuali vaccini non presentano più questi rischi. L’unico rischio può essere dato da elementi additivi aggiunti nei vaccini per la loro conservazione.
A.Z.: Il vantaggio fondamentale dei vaccini è che immunizzano il soggetto da un certo patogeno, proteggendo dai danni che altrimenti creerebbe. Tuttavia sono importanti anche in termini di sanità pubblica: vaccinando su larga scala si riduce la circolazione del patogeno e quindi la probabilità che un individuo sia esposto alla malattia. Pertanto, un soggetto vaccinato e quindi immune protegge anche gli altri, in quanto ostacola la trasmissione dell’agente infettivo da un soggetto all’altro, secondo un meccanismo conosciuto come immunità di gregge. Pertanto gli interventi di vaccinazione proteggono l’individuo e la comunità. Oggi disponiamo di molti vaccini – tra cui quelli biotecnologici – altamente immunogeni e molto sicuri, ma, come per qualsiasi altro farmaco, la loro somministrazione comporta dei potenziali rischi. I principali effetti collaterali sono di lieve entità e transitori: per lo più febbre e reazioni infiammatorie nel punto di inoculazione. Sono infrequenti quelli più severi, come le complicanze neurologiche (encefaliti, paralisi flaccide). Alcuni eventi segnalati in associazione con le vaccinazioni poi sono così rari che è impossibile sapere se la causa è il vaccino. Ci possono essere anche reazioni allergiche più o meno gravi causate da proteine estranee o sostanze aggiunte al vaccino per migliorare la stabilità e la conservazione. La sicurezza dei vaccini viene costantemente monitorata in termini di farmacovigilanza degli eventi avversi.

3. Una volta nei vaccini era presente il mercurio… C’è ancora? Perché è stato tolto? Possiamo fidarci dell’attuale composizione dei vaccini o c’è ancora qualche elemento che comporta effettivamente dei grossi rischi per la popolazione?

C.L.P.: Il mercurio è stato aggiunto nei vaccini come conservante, quindi per motivi puramente commerciali e senza alcun legame con la funzione del vaccino stesso. Si trova nei vaccini sotto varie forme come il timerosale, cioè come un come un composto organico che contiene mercurio. Sin dal 1930 è stato usato come conservante in molti prodotti biologici e farmaci, inclusi i vaccini, per poter allungare la durata di vita del composto stesso senza contaminazioni microbiche. E’ stato recentemente eliminato (intorno al 1999) o messo in tracce negli Stati Uniti come risposta precauzionale verso la massiccia letteratura scientifica che ha mostrato un possibile effetto tossico di questo composto anche nell’uomo, effetto che comunque è ancora oggi molto dibattuto. Attualmente solo il vaccino anti-influenzale contiene timerosale in tracce mentre in tutti i vaccini per i bambini sotto i 6 anni è assente. In Europa intorno al 2004 è stato emesso un avviso sull’uso del timerosale nei vaccini, anche se si ribadisce la non chiara evidenza scientifica di un effetto tossico di tali composti si suggerisce di ridurne le dosi il più possibile. Nel 2005 il Consiglio Europeo evidenzia l’importanza di ridurre l’uso di sostanze che contengono mercurio anche nei vaccini. Nel 2006 c’è una risoluzione del Parlamento Europeo che dice chiaramente di ridurre l’uso del timerosale nei vaccini e di usare vaccini senza mercurio, anche per quel che riguarda i multidose. Ogni paese europeo ha poi iniziato una propria politica verso questo problema. In Italia, un decreto del 2001 ha bandito l’uso di mercurio dai vaccini, ma è stato poi ripristinato nel 2003 dicendo che si possono produrre vaccini con mercurio quando non ci sono alternative. Al momento non c’è una politica chiara nel nostro paese con delle linee guida chiare. La tossicità del mercurio nell’uomo è dibattuta, ma il punto forse su cui riflettere è se veramente serve aggiungerlo. Ha uno scopo puramente commerciale e non dà alcun vantaggio riguardo al fine per cui ci vacciniamo, quindi rimane dubbia la necessità di aggiungerlo. D’altra parte, poiché è usato come agente tossico per possibili contaminazioni microbiche, è anche logico che abbia un qualche effetto sull’uomo anche se le dosi e il possibile effetto sulla funzionalità cellulare e sullo sviluppo (visto la massiccia campagna vaccinale nei bambini) rimangono chiaramente elementi complessi da chiarire.
A.Z.: Negli ultimi anni molti si sono preoccupati che i conservanti a base di mercurio (quale il thimerosal o etil mercurio), usati per prevenire la crescita di batteri e miceti, potessero causare a lungo termine effetti dannosi sul sistema nervoso e su altri organi ed apparati. Indagini retrospettive non hanno dato evidenze riguardo a danni neurologici o renali nei bambini vaccinati, né di altri effetti tardivi legati ai quantitativi di mercurio contenuti nei vaccini. E’ invece accertato che il thimerosal può portare, in alcuni soggetti, sensibilizzazione nei confronti di altri composti mercuriali (es. il mercurio-cromo per disinfettare le ferite), con possibili conseguenti reazioni allergiche, per lo più dermatiti da contatto. Per rendere i vaccini sempre più tollerabili e bene accetti dalla popolazione si è rimosso – per motivi puramente prudenziali e nonostante l’assenza di prove scientifiche di eventuali danni – il thimerosal dai vaccini monouso. In Italia pertanto non sono attualmente in commercio vaccini per l’infanzia contenenti derivati mercuriali e dove tracce di tale sostanza potrebbero ancora essere presenti l’avvertenza deve essere riportata in scheda tecnica, per via della possibile sensibilizzazione e di reazioni allergiche.

 

4. Qual è la percentuale di persone che deve essere vaccinata in un dato posto perché la malattia venga debellata? Potrebbe essere considerato paternalistico da parte dello stato imporre un’obbligatorietà della vaccinazione per un dato morbo?

C.L.P: Perché si abbia un effetto sulla popolazione bisogna prevedere una campagna vaccinale per tutta la popolazione. E’ quindi una questione politica ed economica.
A.Z.: L’eradicazione di una malattia infettiva rappresenta l’obiettivo a lungo termine di molti programmi vaccinali, ma è perseguibile solo adottando la giusta strategia. Anzitutto bisogna puntare su un target di soggetti effettivamente interessati (es. per il morbillo, soprattutto sui bambini). Quindi è necessario conoscere la percentuale di popolazione target da immunizzare per interrompere la trasmissione dell’infezione nella popolazione, che dipende dal grado di trasmissibilità del patogeno: più è elevato, più alta sarà la percentuale di popolazione da vaccinare per interrompere la circolazione dell’agente infettivo. Il morbillo, per esempio, è una tra le malattie infettive più contagiose e per eradicarla la percentuale di soggetti da immunizzare superiore al 95 per cento della popolazione mondiale suscettibile. Vaccinare un’alta percentuale di bambini nei Paesi ad alto reddito significa contribuire a interrompere la catena di trasmissione mondiale del virus anche nei Paesi più poveri, dove – per le modeste risorse disponibili- è più difficile vaccinare e la malattia causa ancora un elevato numero di morti. In molti Paesi le vaccinazioni sono volontarie e vengono rese obbligatorie solo in situazioni di allarme epidemiologico; in Italia invece ci sono vaccinazioni obbligatorie e vaccinazioni raccomandate. Attualmente sono obbligatorie per tutti i nuovi nati, dal terzo mese di vita, le vaccinazioni contro difterite, tetano, poliomielite ed epatite B. Quelle raccomandate invece sono quelle per cui non c’è un obbligo di legge, ma una forte motivazione epidemiologica, clinica ed etica per somministrarle. In questo contesto vengono anche prese in considerazione valutazioni di costi-benefici e di opportunità per la tutela della salute individuale e collettiva. L’obbligo vaccinale ha permesso di raggiungere risultati difficilmente perseguibili con altre forme di offerta, ma oggi si cercano modelli alternativi per passare dall’obbligo alla scelta consapevole. Per questo però è necessario che ci siano adeguate capacità organizzative e che la popolazione venga costantemente informata dei benefici che le vaccinazioni comportano a livello individuale e sociale e dei potenziali rischi ad esse associati.

5. Tutti i vaccini sono effettivamente utili o è il caso di fare solo quelli strettamente necessari?

C.L.P: Bisogna programmare le vaccinazioni per le malattie più diffuse o più pericolose per la popolazione.
A.Z.: Non esistono vaccini più o meno utili, ma differenti strategie vaccinali: vaccinazione di massa o vaccinazione di gruppi di soggetti a più elevato rischio di contrarre l’infezione. Gli interventi vaccinali sono prevalentemente associati all’età infantile e solitamente si vaccinano tutti i bambini. Però vale la pena anche di prestare attenzione all’adulto, indirizzando specifici vaccini a soggetti definiti per età, condizioni patologiche o particolari (gravidanza, istituzionalizzazione), attività lavorativa o di tempo libero (viaggi in aree endemiche).

 

6. Come i vaccini influenzano il sistema immunitario? Lo potenziano o lo indeboliscono?

C.L.P.: I vaccini per come ho descritto all’inizio stimolano la risposta immunitaria per quell’agente patogeno rendendo la risposta immunitaria pronta ed efficace.
A.Z.: La vaccinazione fa acquisire al soggetto ricevente una risposta immunitaria specifica, ottenuta mediante la produzione di anticorpi specifici contro il patogeno e con l’attivazione di particolari linfociti (linfociti T citotossici). Per i patogeni a localizzazione extracellulare (come ad esempio molti batteri) il ruolo fondamentale è svolto dagli anticorpi. Contro quelli ad invasività intracellulare (come virus, funghi, micobatteri), invece, l’unica strategia è eliminare le cellule ospiti infette che consentono loro di sopravvivere e moltiplicarsi. È questa la funzione specifica dei linfociti T citotossici. Il periodo necessario per una risposta immunitaria adeguata è di 10-15 giorni dalla vaccinazione, che quindi ha un’efficacia protettiva solo se eseguita qualche tempo prima del possibile contagio. Solo in caso di malattie con periodo di incubazione sufficientemente lungo, come l’epatite B e la rabbia, il vaccino è indicato anche dopo l’esposizione. La capacità di risposta a un’immunizzazione può variare da un individuo a un altro, in base ai fattori genetici, all’età, allo stato nutrizionale e all’esistenza di carenze immunologiche.

 

7. Che effetti possono avere i vaccini su fegato e reni?

C.L.P.: Non mi risultano effetti collaterali, basta pensare a come funziona il vaccino e si capisce che non ha di per sé alcuna contro indicazione.
A.Z.: Risposta già fornita alle domande 2 e 3.

8. Parlando dei vaccini antinfluenzali, sono davvero utili? E’ consigliabile per tutta la popolazione vaccinarsi o è meglio che si vaccinino solo le fasce protette?

C.L.P.: E’ sicuramente utile a mio avviso. E’ chiaro che è un costo quindi si cerca di privilegiare le fasce più a rischio. Comunque i vaccini hanno adesso costi piuttosto contenuti, quello anti-influenzale è intorno ai 15-20 euro.
A.Z.: L’influenza ha un notevole impatto sociale con ripercussioni evidenti dai punti di vista sanitario (soprattutto per le complicanze e la mortalità correlata) ed economico, per costi diretti (spese farmacologiche e ricoveri) e indiretti (perdita di produttività). La vaccinazione è la strategia di prevenzione più efficace in termini di costo-benefici. Per Organizzazione Mondiale della Sanità l’obiettivo primario della vaccinazione antinfluenzale è la prevenzione delle forme gravi e complicate di influenza e la riduzione della mortalità prematura in gruppi ad aumentato rischio di malattia grave. Il vaccino antinfluenzale è indicato per tutti i soggetti che desiderano evitare l’influenza e che non abbiano specifiche controindicazioni ed è consigliato ed offerto gratuitamente agli anziani, ai soggetti (di qualsiasi età) affetti da patologie croniche (malattie cardiovascolari, patologie respiratorie, diabete, deficit immunitari ecc.) e alle donne al secondo e terzo trimestre di gravidanza, oltre che ai soggetti ricoverati in strutture di lungodegenza, ai medici e personale sanitario, a chi è in contatto con soggetti a rischio e agli addetti a servizi di pubblico interesse.

9. Quali sono le fasce più deboli e perché proprio queste fasce di popolazione hanno un sistema immunitario debole?

C.L.P.: Soggetti con patologie che li rendono più a rischio di infezioni o a rischio di possibili effetti collaterali causati dalla malattia o categorie come gli anziani sono considerate categorie a rischio.
A.Z.: Risposta già fornita alla domanda precedente.

 

10. Che cos’è una pandemia e che cosa pensa delle cosiddette “pandemie” degli anni passati?

C.L.P.: Per pandemia si intende la diffusione di un patogeno che interessa più aree geografiche. L’ultima di cui si è molto parlato in realtà non era particolarmente virulenta nell’uomo. E’ chiaro che la diffusione di spostamenti via aereo, treno, nave ha aumento la possibilità di diffusione di un patogeno a livello mondiale quindi è importante monitorare la possibile diffusione di patogeni che anche se lontani potrebbero avere effetti molto importanti sulla salute umana.
A.Z.: I virus influenzali modificano continuamente la loro struttura antigenica e così eludono la risposta immune acquisita nelle stagioni epidemiche precedenti. I cambiamenti a cui vanno incontro i virus influenzali possono essere variazioni minori o maggiori, queste ultime dette shift antigenici. Gli shiftantigenici sono alla base degli eventi pandemici: generano nuovi sottotipi virali con caratteristiche molto diverse rispetto ai ceppi precedentemente circolanti, quindi la popolazione mondiale è del tutto priva di immunità e pertanto suscettibile di pandemia. Sulla base di modelli storico-epidemiologici, una pandemia influenzale può essere attesa in media, tre-quattro volte ogni secolo. Con l’inizio del nuovo millennio (cioè trascorsi circa 40 anni dall’ultimo evento pandemico) l’emergenza di una nuova pandemia sembrava dunque possibile e probabilmente imminente. Nell’aprile del 2009 venne identificato un nuovo virus H1N1, di origine suina, in due bambini nel sud della California. L’analisi genetica dimostrava che questo virus presentava caratteristiche molto diverse rispetto a quelle dei virus di tipo A/H1N1 responsabili delle comuni epidemie stagionali ed ha presentato subito i tre requisiti richiesti ad un virus per essere definito pandemico: la capacità di replicare efficientemente nell’ospite umano, la suscettibilità della popolazione mondiale e la trasmissibilità interumana. Sicuramente la pandemia è stata meno esplosiva delle precedenti – con complicanze in categorie a rischio e circa 18 mila decessi a livello mondiale.

11. Un consiglio ai nostri lettori?

C.L.P: Io consiglio sempre ai miei studenti del corso di immunologia di vaccinarsi contro l’influenza e le mie figlie sono vaccinate ogni anno da quando sono piccolissime. Perché esporsi a un’influenza debilitante soprattutto per i più piccoli con tutti i disagi che comporta, come assenze da scuola, costi aggiuntivi per la famiglia (farmaci, baby sitter…)? La ricerca dovrebbe dai propri studi dare un contributo effettivo alla salute pubblica di tutti e i vaccini sono un esempio ben riuscito: usiamoli! Non sono loro il problema ma gli additivi che eventualmente possiamo trovare, impariamo a leggere le etichette e a chiedere al farmacista il prodotto che pensiamo sia meglio. Essere informati serve proprio a questo
A.Z.: Avere fiducia nei vaccini e consapevolezza che le vaccinazioni sono tra gli interventi più sicuri ed efficaci a disposizione della sanità pubblica per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive.

Abbiamo cercato esperti che a riguardo dell’utilizzo dei vaccini avessero opinioni contrarie a quelle degli intervistati, e cioè che fossero anti-vaccinisti convinti. Non abbiamo trovato nessuno, ma se ci fosse qualcuno disposto a farsi intervistare noi siamo disponibili a farlo, perché ci interessa conoscere un differente e autorevole punto di vista sull’argomento (contattateci tramite l’indirizzo email di Quarantadue che si trova in fondo alla pagina).

(Dopo un anno e mezzo non è ancora saltato fuori un punto di vista contrario da parte di una persona autorevole nel campo, ndr)

 

 

La democrazia ai tempi della disinformazione

Non ho la pretesa di sapere molto di politica, ma se c’è una cosa che è facilmente intuibile è che la forma di governo in cui il pensiero del cittadino comune conta di più è sicuramente la democrazia, motivo per cui attualmente è così diffusa in Occidente. Ma la cosa assolutamente più intelligente della democrazia è sicuramente un’altra: il pensiero del singolo, soprattutto nei Paesi relativamente popolosi, si perde nella massa, quindi arrivano a venire attuate solo le idee realmente condivise, che in via del tutto teorica dovrebbero anche essere le più sensate. E fin qui tutto bene, anche perché, se da una parte la libertà di voto richiede al cittadino una forte responsabilità (in quanto perché il voto abbia un senso sono necessari un livello minimo di istruzione e pensiero critico), dall’altra questa stessa diluizione dovrebbe garantire che le posizioni seriamente irrazionali non arrivino mai al governo. Però c’è una falla.

La falla sta nel fatto che si presume che il cittadino medio (o quantomeno la maggioranza) sia correttamente informato sui temi su cui è chiamato a votare e che abbia una forma mentis che gli permetta di scegliere responsabilmente ciò che preferisce in base alle informazioni di cui dispone; ma questa è sempre stata utopia, perché per forza di cose la popolazione si ritrova ad essere stratificata in maniera piramidale riguardo alla cultura e naturalmente anche alla capacità di ragionamento, che non sempre è abbinata alla cultura, ma diciamo che un buon livello culturale dovrebbe aiutare, mentre viceversa una mente non allenata solo in certi rari casi si produrrà in ragionamenti molto complessi, come solitamente sono i temi sui quali il cittadino medio è chiamato a votare: politica monetaria, relazioni nazionali e internazionali, gestione delle problematiche sociali, dilemmi etici… A questo problema naturalmente si è ovviato per molto tempo dando importanza alla scolarizzazione, cosa che ha in effetti cambiato la forma della piramide e diminuito radicalmente il numero di analfabeti. Inoltre i media hanno fatto la loro parte con programmi istruttivi e telegiornali, ma anche su carta stampata con inchieste e appronfondimenti di livello. Tutto questo ha aumentato la consapevolezza della popolazione votante e fino ad ora la democrazia ha dimostrato di reggere e per giunta di funzionare, portando a un grande sviluppo tecnologico e a un deciso miglioramento delle condizioni di vita. Fino all’avvento di un nuovo fenomeno: The Internet.

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Infatti, dopo un’iniziale accoglienza decisamente calorosa, al limite del positivismo, in cui i grandi intellettuali si sono lanciati ad auspicare un sapere infinito, un aumento culturale per l’umanità intera, la democrazia diretta e un unico governo mondiale eletto online… Dopo tutto questo ci si è resi conto che Internet non sottosta alle regole degli altri media: chiunque può scrivervi quello che vuole e nessuno può controllarlo. E questo, per quanto sarebbe una grande potenzialità in una società perfetta, non può far altro che creare problemi nel momento in cui il 25% della popolazione europea è convinto che il sole giri intorno alla terra e un altro 25% non ha le idee molto chiare. Il livello di scolarizzazione si è alzato, ma è chiaro a tutti che la gran parte della popolazione continua a faticare a scrivere in maniera corretta e a far di conto. Forse questo era un problema sommerso prima di Internet, ma l’arrivo dei social network lo ha messo sotto gli occhi di tutti. Ora, questo tipo di popolazione, che non sa scrivere, non sa far di conto ed è inconsapevolmente aristotelico-tolemaica, non sarà mai in grado di distinguere tra un’informazione vera ed una falsa che trova su Internet. Non si porrà neanche il problema che una notizia trovata su un social network possa essere una bufala ma, anzi, più questa sembrerà assurda più verrà condivisa e diffusa, con tanto di indignazione generale. Ciò che va poi a peggiorare la situazione è la totale mancanza di fiducia che si è diffusa in questi anni nei confronti di chi per un motivo o per l’altro ne sa più di te, con la conseguente tendenza di molte persone ad affidarsi ai cosiddetti siti di controinformazione, i quali spesso non solo non sono affidabili, ma addirittura portano tesi complottiste ai limiti dell’assurdo che aumentano ancora di più il senso di instabilità di chi li legge, in un circolo vizioso.

Se volessimo astrarre la questione, potremmo dire che con Internet si è avuta un’esternalizzazione della conoscenza, che fino a quel momento era sempre stata solo interna all’essere umano e supportata solo da qualche ausilio utile ad acquisirla e tramandarla. Internet invece si è rivelato essere non un ausilio, bensì un vero e proprio un deposito della conoscenza (e delle supposizioni) collettiva. Uno strumento del genere può essere naturalmente usato in modo proprio solo da chi già di suo abbia internalizzato un tot di conoscenze e che possieda delle capacità ragionative e discriminative fortemente allenate. Viceversa, chi non ha mai internalizzato un pool minimo di nozioni non possiede gli strumenti per viaggiare nella rete senza abboccare alle bufale più strane.

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E ora voi direte: “Ok, ma cosa c’entra con la trattazione iniziale sulla democrazia?”. Ebbene, immaginate una società basata sul fatto che il cittadino medio (o quantomeno la maggioranza) sia correttamente informato sui temi su cui è chiamato a votare e che abbia una forma mentis che gli permetta di scegliere responsabilmente ciò che preferisce in base alle informazioni di cui dispone… E che tutte le sue informazioni possano potenzialmente essere bufale. Studi recenti dimostrano come il livello di attenzione alla qualità della notizia dell’utente medio sia infimo e che generalmente vengano prese per buone esattamente allo stesso modo le informazioni che si trovano sui giornali e quelle che si trovano su Internet, come se avessero lo stesso livello di affidabilità. Ma se volessimo andare oltre ci accorgeremmo che anche i mass media più tradizionali, come televisione e giornali, hanno cominciato a seguire la tendenza della rete a parlare di alcuni fatti senza verificarli ma solo per l’audience che portano, che poi è l’esatto equivalente del numero di like e condivisioni di una pagina Facebook, a ben guardare. Un esempio lampante è quello del caso Stamina, in cui ben pochi si sono premurati di verificare i fatti prima di dare rilevanza mediatica alla notizia, portando questo fenomeno a creare grossi problemi alle istituzioni, fino a impegnare il Ministro della Salute, che certamente avrebbe potuto impiegare il suo tempo in altri modi più utili per la nostra Sanità barcollante. Per altro, la cosa seriamente inquietante è che il fenomeno si estende davvero a qualunque campo dello scibile, compresa (e purtroppo con un posto di eccellenza) la scienza, ambito nel quale per tradizione l’Italia vanta alcuni grandi nomi, contornati però da una diffusione della conoscenza scientifica che farebbe piangere Leonardo Da Vinci.

Ora, se tutte le informazioni di cui disponi possono essere ugualmente verificate o meno, vere o parzialmente vere o palesemente false, questo indubbiamente andrà ad inficiare il tuo voto. Diciamo per esempio che si sia chiamati ad esprimersi con un voto riguardo alla sperimentazione animale: di quali informazioni dispone la popolazione? Di una serie di immagini raccapriccianti e descrizioni orribili reperibili in rete, di menzogne vere e proprie riguardo a ciò che è permesso e ciò che non lo è e di un servizio televisivo e giornalistico che mette alla pari gli scienziati pro e gli “scienziati” contro, che spesso non hanno davvero una carriera scientifica alle spalle e che comunque rappresentano circa l’1% della comunità scientifica, secondo un sondaggio di Nature. Ora, tutto questo rientra chiaramente nell’ambito della disinformazione: esistono fonti affidabili che riportano la realtà dei fatti, ma ad oggi hanno ancora meno risonanza mediatica rispetto ai siti di disinformazione. Dovessimo essere chiamati a votare su questo, probabilmente il risultato non sarebbe positivo per la sperimentazione, causando dei danni irreparabili alla ricerca e alla sanità, visibili però sul lungo periodo, cosa che non permetterebbe alla popolazione disinformata di associare il danno alla sua causa. Quindi di fatto la popolazione voterebbe senza saperlo contro il proprio interesse.

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Ma questo è un discorso che si può fare su qualunque argomento: quando il popolo ha di fatto potere sulla vita politica ma non ha i mezzi per discriminare la decisione giusta da quella sbagliata, la probabilità di risultati controproducenti diventa altissima. La naturale conseguenza è la seguente: ai tempi della disinformazione la democrazia non esiste. Ai tempi della disinformazione purtroppo rimane solo l’illusione della democrazia, ma la forma di governo cambia in qualcosa di decisamente più caotico e governato esclusivamente dal carisma di chi parla e non dall’affidabilità di quel che dice. Nell’antica Atene, questa forma di governo era chiamata in un altro modo: demagogia.

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